Giorgio Conta, scultore e pittore, nasce a Cles nel 1978 vive e lavora a Monclassico in Val di Sole (TN). Cresce in un ambiente stimolante e fin da giovanissimo entra in contatto con vari personaggi della cultura, tra cui il pianista Arturo Benedetti Michelangeli, amico di famiglia. Si è formato presso la scuola di scultura di Ortisei, dedicandosi anche al disegno e alla pittura. Realizza opere monumentali in Italia e all’estero fra le quali ricordiamo il monumento in bronzo di 5 metri di altezza per il St Mary Catholic Cemetery and Mausoleum di Chicago, il monumento per l’aeroporto di Fiumicino e quello raffigurante Padre Kino a Segno in Trentino.

«Giorgio Conta è un artista che non si è mai nascosto dietro i suoi lavori, che non ha mai approfittato della globalizzazione per definirsi un figlio legittimo del mondo, ma che ha sempre ostentato con sereno orgoglio la sua provenienza e il suo amore per quel territorio trentino che, oltre alle innumerevoli ricchezze, vanta una tradizione scultorea lignea unica al mondo. I suoi lavori ci sorprendono per la loro duttilità, per la loro semplice complessità, per il desiderio di rappresentare un qui e ora al tempo stesso reale e ideale, per la capacità di rendere protagonisti elementi del tutto tondo che solitamente si ritengono decorativi». Maurizio Vanni.

Giorgio raccontaci un po’ degli inizi è stato quasi scontato che tu seguissi le orme di tuo padre?

Ho studiato pianoforte a Trento ma non era la mia strada, non volevo essere un pianista, non era la mia passione, mi piaceva molto di più la fisarmonica ma a quel tempo il conservatorio era molto “tradizionalistico”. Guai se suonavo altra musica o altri strumenti, ne andava dell’impostazione. Comunque ho proseguito un po’ da privatista ma non avrei voluto fare il musicista di professione. Dopo la scuola media avrei voluto fare la scuola d’arte ma i miei genitori non volevano: in particolare mio padre non voleva che io facessi questo lavoro. Mi ha messo a fare il liceo linguistico e non mi piaceva. Dopo il liceo, la scelta era tra architettura e scienze forestali. Al terzo anno del liceo, sono andato in crisi perché volevo abbandonare tutto, è tornata l’idea della scuola d’arte, con continue discussioni a casa. Finito il liceo ho detto di no a tutte le proposte, perché io volevo fare questo lavoro e sono andato in Val Gardena dove c’era una scuola di scultura professionale. Ho imparato a scolpire sul legno, modellato e disegno. Ho imparato tutto quello che si poteva.

Quanto la musica e l’essere circondati da un artista del valore di Arturo Benedetti Michelangeli ha influenzato la tua arte?

Ho dei ricordi da bambino del Maestro e ovviamente da piccolo non capivo l’importanza del personaggio fino in fondo. Lo vedevo come un amico di mio padre e come un amico di famiglia: crescendo ne ho capito l’importanza. La sua musica sicuramente ha avuto una grande influenza su di me, ma soprattutto ha avuto una grande influenza la sua figura carismatica. Lui studiava e lavorava tantissimo. A questo riguardo usava sempre la parola lavoro: impegnarsi costantemente nello studio era quasi una missione. Mi ricordo una frase che diceva a mia madre: “Santa Teresa -diceva- quel poco che fai fallo bene”. Questo è stato un motto che mi porto dietro sempre. Quindi non serve strafare, importante è far bene quello che stai facendo. Questi sono degli esempi che mi porto dentro avendolo conosciuto personalmente. Chiaro che in famiglia era un po’ diverso, sempre carismatico ma molto umano e simpatico e mai burbero o scontroso come qualche volta è stato definito.

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Lei non ha scelto di vivere in una grande città. Non sente la mancanza di opportunità che la metropoli può offrire in termini di successo personale?

La vita è breve, la vita è una sola, quindi preferisco perseguire la mia idea di vita dove il successo va bene conseguirlo, ma supportato da qualcosa che sai fare. Nella scala dei miei valori prima viene la qualità del mio lavoro e la passione per quello che faccio. Poi se viene il successo va bene, ma è una cosa che muore con te, una cosa effimera. A me piace stare qui in montagna, stare nei boschi, nella mia tranquillità, non in citta, nel caos. Io vivo del mio lavoro ed è già una grande cosa: rincorrere il successo non ha nessun valore per me.            

Cosa pensa dell’arte contemporanea?

Credo bisognerebbe distinguere l’arte come ricerca, dall’arte come mercato. Io perseguo la prima, attraverso un mio stile, e non mi preoccupo di quello che può essere una moda artistica, che lascia il tempo che trova, così come non mi preoccupo del giudizio di critici che, con il loro giudizio, influenzano l’attività e le scelte degli artisti. Il mondo è pieno di artisti famosi, che costano ma non valgono.

Perché la sua ricerca artistica si concentra sulla figura umana, è cosa intende con “frammentazione”?

Mi concentro sulla figura umana, perché è affascinante. Ho fatto anche altre cose mentre studiavo, ma poi c’è stata una ricerca concentratasi sulla figura, perché l’uomo ha anche un’anima che ci dà la possibilità di indagare nella profondità umana. Io riprendo il frammento, per ricomporlo in un tutto ricostruito, in una nuova unità. Un po’ come frammentato è l’uomo contemporaneo, la cui immagine io cerco di ricostruire in una nuova palingenesi dell’io, una nuova identità, una ricostruzione nuova dell’interiorità dell’essere.

Cosa rappresenta il legno, materiale protagonista delle sue opere?  

Prevale Il legno perché vivendo in una valle piena di boschi è il primo materiale con cui sono venuto in contatto. Fin da bambini si gioca con i pezzetti di legno, ed è naturale concentrarsi su questa materia. Poi ho lavorato il bronzo, il marmo e anche la resina, terra cotta, ceramica….insomma un po’ di tutto. Nella mia ricerca pittorica, invece, è presente a fianco della figura umana anche il soggetto paesaggistico.

So che ha un legame artistico con l’Albania: ci racconti.

Il mio legame con quel paese è di tipo lavorativo. Non ho avuto occasione di visitarla, ancora. In particolare, a mio mio padre sono state commissionate delle opere per la Cattedrale cattolica di Tirana. Mentre io ho realizzato per una chiesa situata a Vau i Dejës, una fonte battesimale, realizzata qui nel mio studio, e poi successivamente, portata sul luogo.

E’ mai stato “assonnato”?

CAPITA, non sempre hai l’ispirazione. Ci sono periodi di transizione in cui sei più stanco, o sei alla ricerca di nuove idee. Nel 2015 ho fatto una mostra organizzata dal Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto (Mart Trento). Ho fatto due figure, un uomo e una donna a grandezza naturale che si danno la mano; dopo questo lavoro ho vissuto un periodo di cambiamento, dove avevo il desiderio di trovare delle novità. È stato un periodo di gestazione. Da quel momento ho iniziato a lavorare a sculture di legno costruite con pezzi diversi. In questi momenti di apparente stasi, non ti rendi conto, ma stai lavorando.

Un messaggio per gli artisti?

Intanto speriamo che si possano riprendere tutte le attività, che si possano fare sempre più concerti e mostre. Continuiamo a lavorare alle cose che ci stanno a cuore, con il piacere di farlo, con il desiderio di fare arte e lasciare qualcosa di bello all’umanità.

Caro Giorgio, la ringrazio per l’intervista e in bocca al lupo per il suo lavoro!