Ma chi non spera nell’insperato,

non lo avrà

    Eraclito ( Diels-Kranz , 18)

Nel 1970 usciva presso l’editore Surkhamp di Francoforte “Asthetische Theorie“ (Teoria estetica ) del filosofo Theodor W. Adorno. L’opera, uscita postuma, raccoglieva le estreme riflessioni sullo statuto ontologico delle opere d’arte – il che cos’è dell’arte –. Insieme a Dialettica negativa e ad una progettata opera di filosofia morale, questo libro postremo avrebbe dovuto, con le stesse parole del filosofo, “esporre ciò che ho da gettare sulla bilancia” (pag.603, Einaudi 1977). Teoria estetica si presenta come un’opera frammentaria, e solo il lavoro dei curatori tedeschi ha reso possibile la sua edizione. Frammentaria lo è in un duplice senso: la prematura morte dell’autore ha reso la sua vicenda editoriale necessariamente manchevole dell’apporto originario e definitivo; ma frammentaria lo è anche per vocazione, se così possiamo dire, volendo con questo inserire Adorno, tra l’altro pienamente cosciente della propria collocazione nella grande tradizione filosofica occidentale, in quella visione speculativa che affida a Nietzsche e Kierkegaard su tutti , l’abbandono del pensiero sistematico a vantaggio di un pensiero che mette a fuoco il mondo e le sue manifestazioni, dalle spalle, per così dire, cosi come un commando di guerriglieri attaccherebbe un battaglione di soldati. Nella sezione intitolata Teoria sull’ origine dell’arte, una delle ultime dell’opera, vi è questa riflessione di Adorno:

            L’atteggiamento estetico è la capacità di percepire nelle

            cose più di quelle che esse sono; lo sguardo sotto cui ciò

             che è si muta in immagine. Mentre questo atteggiamento

              può senza fatica essere smentito dall’ esistente

               che può dichiararlo inadeguato, l’esistente diventa però

                     esperibile unicamente in quell’atteggiamento.

                                                                                                   (pag.551, ed. cit.)

Sarebbe necessario considerare con attenzione la riflessione adorniana. Il mondo è, per dirla con Wittgenstein “tutto ciò che accade” (Tractatus logico-philosohicus , prop. 1), “Il mondo è la totalità dei fatti, non delle cose”(prop. 1.1), “Il mondo si divide in fatti”(prop. 1.2). Il mondo è quello che abbiamo di fronte a noi, sia fuori di noi sia ciò che dal nostro mondo interiore riusciamo a dispiegare, ciò che potremmo definire “natura “, ma anche tutto ciò che è costrutto simbolico, mentale: idee, valori, sentimenti, costruzioni mentali condivise, socialmente e antropologicamente strutturate e storicamente tramandate.  Ai “fatti “che ci stanno davanti e che noi stessi siamo per gli altri (“fatti” di natura del tutto particolare, ben inteso), va aggiunto un surplus, un quid, che pure dobbiamo definire, ma che solo l’immaginazione può articolare. L’ atteggiamento estetico è, per dirla con un ossimoro, percezione concettuale. Ma una percezione di un tipo particolare, in grado di aggiungere ciò che il mondo di fatti di per sé non dà. Che cosa facciamo quando concettualizziamo: strutturiamo razionalmente o ragionevolmente ciò che per una ragione o per un’altra, in un dato momento e in un dato luogo, attira la nostra attenzione. Riproduciamo per astrazione ciò che vogliamo mettere a fuoco. Non stiamo ancora proiettando nel fatto, nella cosa che ci è dinanzi, niente di diverso di un immagine-modello razionale, che all’evento non appartiene, ma che solo noi possiamo aggiungervi. La creazione artistica può esemplificare al meglio questa possibilità: che cos’è in fondo e primariamente una delle caratteristiche, per esempio, del Surrealismo se non la capacità di vedere negli oggetti del mondo più di quello che essi notoriamente hanno? Relazione di oggetti che la realtà non dona, e situazioni significanti che solo l’iper-semanticità del sogno o della visione sognante può dare. Farsi un’immagine del mondo significa dare al mondo una veste. Il termine immagine deriva dalla parola imago, e indica l’involucro esterno degli oggetti: un riferimento al cambiamento, all’ instabilità, all’apparire confuso in quanto mutabile. L’atteggiamento estetico si affida all’immaginazione per forzare le leggi dei fatti, e vestire di altre vesti il mondo che è di fronte a noi. Immaginare, fantasticare, sognare sono verbi i cui significati rinviano ad uno spazio simbolico-semantico comune. Segnalano un “oltre”, una propensione ad altro luogo, dove il nostro animo trova lo spazio di muoversi con più libertà. Vi è, tuttavia, una differenza sostanziale che precorre e fa percorrere traiettorie diverse al loro più intimo senso. Un sogno è tale solo se l’io che sogna si ritrova annullato; l’emersione inconscia trova segnale di via libera se, e solo se, le barriere della coscienza si ritrovano, per così dire, senza agenti di dogana. Freud ci ha detto che la nostra psiche tenta sempre di (ri)organizzarsi in “scompartimenti di sicurezza”-modalità di salvezza -, affinchè possano venir attutiti gli “assalti alla diligenza” che gli strati più originari e profondi della nostra (in)coscienza continuamente portano al “fortino” – scusate il ripetuto uso di questa metaforica militare, ma l’illustre viennese non avrebbe storto il naso! – . Per quello che riguarda la fantasia e la relativa attività del fantasticare, essa ha bisogno di una particolare forma di locomozione: quella del volo! Viaggiare con la fantasia, “prendere il volo, sulle ali della fantasia”, presume un atteggiamento di passivo lasciar e lasciarsi andare, che da solo, si presume porti in un altrove, più o meno desiderato. Caratteristica di quella che è una facoltà tutta umana, è la passività dell’atteggiamento individuale che non ha bisogno di partecipazione attiva: la fantasia nasce da sé, ci prende la mano: le nostre fantasie si presentano all’ interno di uno strato cosciente intermedio, tra il sognante-assente e il pienamente presente. Per il fantasticare, il mondo è un pretesto. E l’altrove che essa intravede e indica, può avere anche le fattezze del verosimile e del somigliante, reale e quotidiano, pur rimanendo per sua natura, illusorio. L’immaginazione non mira ad organizzare nella nostra mente un mondo altro, ma si pretende percorritrice di modi diversi di declinare il nostro mondo di fatti. Immaginiamo un mondo diverso, non un mondo altro. Per poter immaginare il diverso, bisogna saper guardare realmente in faccia la realtà, per quello che essa è, per quello che essa offre. Ciò che l’esistente è, quello che lo stato dei fatti presenta, ha continuamente la forza di smentire, – e di farlo nei fatti -, un atteggiamento individuale o comunitario che si sforza, invece, di tendere ad altro, mettendo continuamente sotto scacco quell’ atteggiamento estetico che Adorno indica come l’unico possibile per rapportarsi criticamente con lo status quo. Estetico è l’atteggiamento che tende a prendere dal lavoro creativo dell’arte la caratteristica forza poietica, trasformativa. Cosa sono in fondo le creazioni artistiche, siano esse quadri, opere musicali, poesie, se non continui, disperati tentativi dell’uomo, di dare alle cose, all’insieme dei fatti che chiamiamo Mondo più significati di quelli che ad un primo sguardo essi possono avere. Questa possibilità appartiene ad ogni essere umano che consideri necessariamente in-completo il mondo che si trova a vivere…………        

Nota: Theodor W. Adorno : Teoria estetica , Einaudi , Torino 1977